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Il lupo perde il pelo ma non il vizio

Le immagini al centro dell'inchiesta sui fotoricatti.

Oggi, mercoledì 27 gennaio, il settimanale Oggi pubblicherà alcune delle immagini di Lapo Elkann al centro dell'inchiesta del pm Frank Di Maio sui "fotoricatti". Tra le "foto rubate", alcune in cui Lapo esce da un palazzo della periferia milanese e sale a bordo della sua Ferrari F430 gialla. Il servizio è stato possibile grazie a Fabrizio Corona che ha fornito alla redazione queste fotografie. Fabrizio ha rilasciato anche anche un intervista a corredo del servizio.


  

I casi della vita


Filippo Scriffignano
 

Quando Filippo Scriffignano decidere di cedere una attività commerciale nel cuore di Enna, non pensava certamente che quell’atto avrebbe innescato un meccanismo perverso. Il caso scoppia nell’ottobre 2001 con la clamorosa operazione “Gran Caffè Rosso” dal nome dello storico locale del capoluogo, un’indagine “bomba” della tenenza della Guardia di Finanza e della Procura di Nicosia. Coinvolti un notissimo notaio della cittadina, Laura Messina, indagata per falso in atto pubblico ed a carico della quale il gip Michele Barillaro, ha disposto la misura della sospensione temporanea dai pubblici uffici, ed il fratello Roberto Messina per il quale sono scattati gli arresti domiciliari con l’accusa di truffa. L’indagine prende le mosse dalla denuncia presentata da Filippo Scriffignano. L’uomo, che era stato titolare del bar, lo aveva ceduto a Roberto Messina nell’aprile del 2000, ma aveva continuato a ricevere solleciti di pagamento da fornitori per debiti che riguardavano il periodo successivo alla cessione del locale. Inoltre Scriffignano, che aveva deciso di vendere per fare fronte ad alcune difficoltà economiche, era riuscito ad ottenere solo una minima parte della somma pattuita. Nell’accordo di vendita era stabilito che nella somma pattuita erano comprese anche le passività accumulate durante la gestione. Debiti che Messina si impegnava a pagare direttamente ai fornitori. A far scattare la denuncia la circostanza che a Scriffignano è stata pignorata l’abitazione, una  bella villa, a seguito di quei debiti non onorati, come invece indicato nel preliminare di vendita regolarmente sottoscritto dinanzi al notaio Laura Messina sorella di Roberto. Sembra che Roberto Messina avesse emesso gli assegni a copertura dei debiti ma questi vennero successivamente protestati. Nel frattempo il Gran Caffè aveva riaperto i battenti e funzionava regolarmente anche se tutti gli acquisti continuavano ad essere fatti a nome del vecchio proprietario. Nel mese di agosto Scriffignano viene convocato nello studio del notaio Laura Messina che aveva curato il compromesso e qui apprende che la cessione sarebbe stata fatta non più a Roberto, ma alla società “Mts Service” di Giuseppe Mazzara e Giuseppe Tiziano, già costituita con capitale interamente versato di 200 milioni di lire. Peccato che la somma non era mai stata effettivamente versata.  A questo punto subentra nell’attività la società, ma in realtà anche Tiziano e Mazzara, sarebbero vittime di un raggiro e se ne rendono conto quando subiscono una procedura fallimentare attualmente i corso. Anche loro si decidono a sporgere denuncia alla Finanza. Emerge dalle indagini che tutta la merce acquistata da Messina, a nome di Scriffignano e della società Mts viene pagata con assegni scoperti che puntualmente finiscono in protesto. Si tratta di assegni del conto corrente intestato alla Mts, sul  quale il notaio Laura Messina aveva prestato garanzia per 40 milioni di lire, che Roberto Messina firma senza avere alcuna delega né titolo sul conto. Debiti per centinaia di milioni per merce che secondo le accuse, sarebbe stata utilizzata nell’attività di esercizio e in parte venduta “sottobanco”. Secondo le denunce di parte in un anno di attività il Caffè Rosso avrebbe fruttato a Messina incassi per 800 milioni di lire, intermente sottratti ai soci della Mts ed ai creditori. I provvedimenti a carico di Roberto Messina per truffa e della sorella Laura per falso emessi dal gip su richiesta della Procura, confermano per il momento le accuse mosse dai presunti truffati.
Il notaio decide di patteggiare la pena ad un anno, mentre il fratello sceglie il rito ordinario, concluso con una condanna di primo e secondo grado.
Scriffignano intenta causa civile per il risarcimento dei danni contro il notaio, ma la causa dinanzi al tribunale civile di Nicosia si chiude con il rigetto da parte del giudice Dagnino della richiesta di risarcimento per 5 milioni di euro. Scriffignano aveva proceduto in sede civile contro il notaio sostenendo che a carico di questa esisteva una responsabilità negli eventi poiché aveva redatto gli atti relativi alla cessione del locale e alla costituzione di una società di gestione dello stesso nella quale però Roberto Messina non figurava. In conseguenza della vicenda Scriffignano aveva chiesto il risarcimento dei danni materiali, di immagine, morali e biologici. Per il giudice civile la responsabilità del notaio non sussiste perché l’atto di cessione da lei redatto non avrebbe avuto un rapporto di causalità diretto con gli eventi successivi che portarono all’arresto di Roberto Messina. il giudice non ha ravvisato nella condotta del notaio Laura Messina elementi che hanno determinato i danni lamentati dallo Scriffignano. “Sulla base delle prove – scrive il giudice – si concorda con la valutazione della Corte di Appello, che ha escluso qualsiasi influenza dell’atto notarile sulla conclusione dell’accordo concernente la cessione dell’azienda dallo Scriffignano al Messina Roberto”. Scriffignano impugna la sentenza dinanzi alla Corte d’appello di Caltanissetta. Il giudice civile di secondo grado ha ammesso testi e prove che non erano invece entrati nel procedimento di primo grado. La sentenza è attesa per il 27 maggio 2010. Intanto il tribunale civile di Nicosia ha accolto la richiesta di “revocatoria ordinaria” di alcuni atti con i quali il notaio citato dall’imprenditore aveva ceduto alcuni  beni di sua proprietà.

Una situazione complessa nella quale Scriffignano intanto, continua a subire le conseguenze dei pignoramenti di beni. La sua villa finisce all’asta e qui si apre un altro incredibile fronte. La villa viene acquistata in prima battuta da un avvocato di Nicosia, Giacomo Iraci, per poco più di 85 mila euro. La figlia di Scriffignano, giovane imprenditrice, decide di presentarsi all’offerta con rialzo del 20%, ma secondo la denuncia del commerciante il legale che si era aggiudicato la prima “battuta” chi chiede 15 mila euro per non presentarsi alla seconda asta. Agli incontri ed ai contati avrebbe partecipato anche un altro avvocato presente anche alla consegna di un assegno da 10 mila euro a garanzia dei 15 mila che sarebbero poi stati versati in contanti. A quel punto Scriffignano era stato autorizzato dagli inquirenti a registrare le conversazioni e poi a fotocopiare le banconote quando doveva essere fatta la consegna della somma in contanti, avvenuta nel maggio dell’anno scorso. Alla gara per il rialzo l’avvocato denunciato non si era poi presentato e la figlia del commerciante si è aggiudicata la villa che quindi adesso è di sua proprietà ed ormai libera da qualunque vincolo esecutivo. L’avvocato Iraci ed un altro legale che avrebbe assistito a tutte le trattative, vengono accusati di estorsione, processati con rito abbreviato ed assolti dal Gup del tribunale di Nicosia, che però trasmette gli atti alla procura per l’ipotesi di turbativa d’asta a carico sua dei due legali che di Scriffignano. L’imprenditore si ritrova così da parte lesa ad imputato perché con la trattativa (denunciata agli inquirenti mentre era in corso e registrata) avrebbe turbato la regolarità della vendita all’incanto. Il processo a carico suo e dei due legali che lo avrebbero costretto a pagare per far aggiudicare la villa alla  figlia si aprirà il 24 febbraio 2010. Scriffignano però ha impugnato in appello l’assoluzione dell’avvocato Iraci e dell’altro legale.  L’avvocato Giuseppe Lipera, nell’atto di appello sostiene che sussiste il reato di estorsione ai danni del suo cliente,  concorrendo gli elementi dell’ingiustificato profitto e della coartazione della volontà dal momento che ad F. S. fu prospettata la perdita della possibilità per la figlia di acquistare la villa di famiglia, all’asta giudiziaria. La parte civile inoltre contesta l’attendibilità di due testi della difesa, che avrebbero fatto dichiarazioni contrastanti perfino con quelle rese da uno dei due imputati, dichiarazioni che per l’avvocato Lipera, non erano utilizzabili al processo essendo state prodotte nell’ambito delle investigazioni difensive e non sottoposte a contradditorio in aula. La parte civile censura le modalità dell’interrogatorio del suo cliente durante il processo. Un interrogatorio disposto dal giudice nel corso di una udienza per la quale l’avvocato Lipera aveva fatto pervenire al giudice, avviso di impedimento ad essere presente. L’avvocato sottolinea che la parte lesa venne sottoposta a oltre 7 ore di interrogatorio da parte del giudice, del pm e dei difensori degli imputati in assenza  del suo legale. A parte il non ricordare esattamente in occasione di quale incontro l’iniziale richiesta di 10 mila euro venne aumentata a 15 mila, Scriuffignano ripercorse la vicenda in maniera chiara e congruente, tanto che il Pm reiterò la richiesta di condanna dei due imputati già formulata. Lipera sottolinea che Scriffignano viene considerato inattendibile, a fronte di prove, circa l’estorsione, ma attendibile sui fatti relativi alla gara. Infine secondo il ricorso, il presunto credito per parcelle, vantato da Iraci, nei confronti di Scriffignano, non può ritenersi la causa della dazione di denaro, perché è stata esercitata la minaccia di aggiudicarsi la villa e comunque, secondo Lipera, Iraci aveva proceduto in sede esecutiva solo per 4 mila euro di parcelle non saldate.

 

 

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